PERCHÈ USARE UNO PSEUDONIMO
L’uso di uno pseudonimo non deve essere confuso con la mancanza di coraggio nel manifestare le proprie idee. Lo pseudonimo è da sempre utilizzato nei più svariati settori espressivi e con motivazioni spesso diverse. Nell’arte cinematografica e teatrale la motivazione è solitamente data dalla necessità di utilizzare nomi accattivanti, brevi o facili da ricordare; raramente servono per evitare collegamenti con attività precedenti o parallele del personaggio. In letteratura ed in ambito giornalistico invece lo pseudonimo ha una valenza particolare. Non per niente in francese si dice nom de plume (letteralmente "nome di penna").
In tempi recenti e in ambito letterario possiamo citare Robert Galbraith, più tardi rivelatasi come J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter e Richard Bachman, poi smascherato in Stephen King, che dichiarò che il suo alter ego era morto di “cancro dello pseudonimo”.
Pochissimi sanno che il vero nome di Pablo Neruda era Ricardo Eliécer Neftalí Reyes.
Così come pochi immaginano che il noto romanziere inglese George Eliot era in realtà una donna, Mary Ann Evans.
Pensare che nomi come Molière e Voltaire possano essere pseudonimi sembra incredibile, ma è vero: i loro veri nomi erano Poquelin e Arouet.
Negli anni ottanta divenne celebre Ghino di Tacco, autore di molti pezzi per i giornali italiani; malgrado i più fossero convinti che dietro tale pseudonimo ci fosse niente po’ po’ di meno che Bettino Craxi, nessuno ne ebbe mai la certezza.
In realtà Ghino di Tacco era un brigante vissuto nel secolo XIII, figlio del conte ghibellino Tacco di Ugolino.
Perché mai tutti questi personaggi hanno avuto bisogno di uno pseudonimo?
Innanzitutto uno scrittore che si propone per la prima volta con un romanzo non può sapere se avrà successo, quindi lo pseudonimo è un modo di trincerarsi per difendersi da possibili fiaschi e correggere il tiro provando a dimenticarsi dell’opera. Nel caso di Neruda le motivazioni sono probabilmente solo politiche, perché la dittatura cilena ne avrebbe impedito l’opera. Mary Ann Evans ebbe la necessità di fingersi uomo in un tempo in cui la parità femminile non era nemmeno stata pensata.
Ghino di Tacco sotto il vero nome non avrebbe avuto la possibilità di esprimersi liberamente, stanti i legami politici nazionali ed internazionali, né avrebbe avuto lo stesso ascolto a causa dei pregiudizi. La scelta di un particolare pseudonimo ha poi spesso motivazioni psicologiche; la sua adozione rafforza il nostro ego, ci fa sentire quello che vorremmo essere.
Ma questi non sono i nostri casi. Per quanto ci riguarda lo pseudonimo crea innanzitutto un alone di mistero intorno all’autore, che ci lascia forse immaginare la sua identità, ma senza averne mai la certezza. Ma altre sono le considerazioni importanti. L’uso di uno pseudonimo deve essere tenuto intanto ben distinto dall’anonimato. Un autore che sceglie l’anonimato vuole nascondersi, quasi disconoscere la propria opera. Chi sceglie uno pseudonimo vuole invece proteggerla, renderla inattaccabile dai pregiudizi e aperta ad altrettanto libere critiche. Non importa che il lettore possa o non possa immaginare chi sia il vero autore: potrà comunque apprezzare o criticare l’opera unicamente per il suo contenuto, perchè il collegamento con l’autore non sarà citabile. Nondimeno, le opere pubblicate sotto lo stesso pseudonimo avranno il loro filo conduttore e potranno essere giudicate nel loro insieme, cosa che l’anonimato non consente. Nulla vieta di usare il proprio nome e non lo pseudonimo; può essere una presa di posizione coraggiosa, ma spesso è una scelta dettata dalla vanità, dall’esigenza di farsi notare e riconoscere. Quante critiche andranno perdute perchè i nostri conoscenti non vorranno prendere posizione? Quanti amici ci diranno „bravo!“ solo per farci piacere e non perchè d’accordo con quanto da noi espresso? I social come Facebook avrebbero avuto lo stesso successo se oltre alla casella „Mi piace“ ci fosse stata anche la „Non mi piace“? Ugualmente, sarà meglio ricevere critiche da persone altrettanto celate da uno pseudonimo per poterle considerare nella loro essenza, senza viverle come un attacco da parte della persona che le esprime. Ci verrà anche più facile prendere atto dei nostri errori e pubblicamente ammetterli. Dunque lo psudonimo non è una fuga dalle nostre responsabilità, nè una mancanza di rispetto verso il prossimo, ma un vero e proprio strumento di dialogo.